jueves, 31 de julio de 2014

Infografías de 1850

Las siguientes infografías fueron creadas por John Philipps Emslie y datan de mediados del siglo XIX


Fuente:  http://www.retronaut.com/2014/07/infographics-by-john-philipps-emslie/

Gaza, Paola Manduca: «Ospedali sotto attacco sistematico»



La professoressa Paola Manduca.
A Gaza, da qualche giorno, la morte che arriva dalla terra e dal cielo non risparmia nemmeno gli ospedali. Anzi, sembra addirittura averli presi di mira.

Per questo medici e scienziati, italiani e inglesi, che hanno lavorato volontariamente nella Striscia negli ultimi anni, e sono stati testimoni oculari delle guerre combattute tra Hamas e Israele, hanno deciso che è arrivato il momento di reagire. E di denunciare quella che ai loro occhi è una «scelta deliberata». Una strategia portata avanti «in modo sistematico» dall’esercito dello Stato ebraico.

In 24 hanno scritto una lettera aperta sulle conseguenze dei bombardamenti e dell’invasione di terra della Striscia di Gaza attualmente in corso. La professoressa Paola Manduca, genetista dell’Università di Genova, è la prima firmataria del documento, pubblicato martedì 22 luglio su The Lancet.

MEDICI SOTTO ATTACCO. Mentre l’offensiva ha già fatto più di 700 vittime tra i palestinesi, e l’Onu ha denunciato «possibili crimini di guerra» compiuti da Israele, Manduca ha raccontato a Lettera43.it cosa significa tentare di salvare vite umane a Gaza e sentirsi sotto attacco.

La professoressa è stata a Gaza a lungo nel 2011 e nel 2012. È tornata nel 2013, e nel 2014 ha trascorso tre mesi all’ospedale al Shifa di Gaza City, il più grande di tutta la Striscia. È rientrata in Italia circa 20 giorni fa, «quando gli israeliani hanno cominciato a bombardare».

DOMANDA. La sua lettera denuncia il numero crescente di ospedali bombardati a Gaza: perché questi attacchi?
RISPOSTA. La nostra opinione, l’opinione di tutti i firmatari della lettera, è che sia una scelta deliberata.

D. Come viene giustificata agli occhi dell’opinione pubblica?
R. Il governo israeliano, attraverso i suoi portavoce, ha affermato ufficialmente che, siccome a loro risulta che sotto gli ospedali ci siano dei bunker che contengono armi, gli ospedali stessi vengono ritenuti obiettivi bombardabili.

D. Tutti gli ospedali, senza distinzione?
R. Alla domanda diretta fatta da un giornalista di Al Jazeera: «Il governo israeliano aveva la certezza che sotto l’ospedale di al Aqsa (bombardato martedì 22 luglio: quattro morti e 40 feriti, ndr) ci fosse qualcosa?», il portavoce ha risposto: «Sul caso specifico devo informarmi con l’esercito». Peccato però che il bombardamento sia avvenuto comunque, e che ci siano dei dati di fatto che smentiscono la versione del governo di Israele.

D. Quali?
R. Per esempio, che nessuno di questi bombardamenti abbia dato luogo a esplosioni secondarie, tipiche di un deposito d’armi colpito che salta in aria. Inoltre, quasi tutti i bombardamenti sugli ospedali che ci sono stati finora hanno colpito i piani centrali delle strutture. Quelli dove in genere ci sono le sale operatorie, i reparti dei lungodegenti. Secondo noi medici firmatari della lettera, c’è ragione di pensare che l’esercito israeliano stia facendo tutto questo in maniera sistematica.
 
D. A che scopo?
R. Spero di sbagliarmi, ma fin dall’inizio del conflitto la propaganda israeliana ha messo in giro la voce che sotto l’ospedale al Shifa di Gaza City, il più grande dell’intera Striscia, ci sono dei bunker dove si sono rifugiati i dirigenti di Hamas. La cosa è poco credibile, ma è stata su tutta la stampa israeliana fin dall’inizio della campagna militare e continua a ritornare. Temo che l’obiettivo possa essere proprio questo.
 
D. Quali sarebbero le conseguenze di un attacco contro l’ospedale di al Shifa?
R. Colpire lo Shifa, oltre a essere un massacro, significherebbe cancellare la classe medica di Gaza. Significherebbe eliminare la possibilità per gli abitanti di Gaza di avere qualsiasi assistenza medica. Perché allo Shifa non vengono portati solo i casi d’emergenza in tempo di guerra, ma vengono curati moltissimi pazienti anche in tempo di pace: cardiopatici, malati in terapia intensiva, e altri ancora. Allo Shifa nascono 50 bambini al giorno, e in quell’ospedale lavorano al momento tutti i medici della Striscia che abitano a Gaza City. Anche quelli normalmente operanti altrove.
 
D. In base alla sua personale esperienza negli ospedali della Striscia, ha mai potuto riscontrare la presenza di armi o di dirigenti politici nascosti al loro interno?
R. Assolutamente no. Quello che ho potuto riscontrare, però, è che quelli di Hamas non sono dei matti.
 
D. In che senso?
R. Io ho lavorato a lungo negli ospedali pubblici della Striscia di Gaza. I medici dello Shifa, anche quelli che fanno parte di Hamas, o che sono simpatizzanti del movimento islamico, non sono dei massacratori. A Gaza esistono infiniti tunnel: secondo lei andrebbero a nascondersi proprio sotto lo Shifa? Se tanti di noi che hanno una contiguità di esperienza e di lavoro con Gaza scrivono certe cose, è perché le abbiamo viste tutti e siamo tutti preoccupati in questo momento.
 
D. Lei era a Gaza anche durante i precedenti conflitti tra Hamas e Israele?
R. Sono stata a Gaza molto a lungo nel 2011 e nel 2012. Sono tornata brevemente nel 2013 e poi di nuovo quest’anno. Nel 2014 sono stata a Gaza per tre mesi, rientrando in Italia circa 20 giorni fa, quando Israele ha cominciato a bombardare. Ero in lista d’attesa per uscire dalla Striscia già da 40 giorni, ma gli egiziani hanno tenuto il valico di Rafah chiuso. Ho dovuto aspettare a lungo il mio turno. A proposito dell’inizio dei bombardamenti, però, c’è una cosa che vorrei sottolineare.
 
D. Prego.
R. Israele ha iniziato a bombardare Gaza lo stesso giorno in cui sono stati rapiti i tre ragazzi poi ritrovati morti in Cisgiordania. Ogni sera, da quel momento in poi, è caduta almeno una bomba su Gaza.
 
D. Dal giorno stesso del rapimento?
R. Sì. Noi eravamo lì: posso testimoniare che Israele ha bombardato Gaza ogni sera. E che per i primi giorni non c’è stata nessuna risposta. Poi hanno iniziato a rispondere al fuoco alcune fazioni armate, ma non Hamas. Hamas è stata l’ultima a sparare. Nella Striscia non c’è solo Hamas e non si può pretendere, come del resto non si pretende in nessun’altra parte del mondo, che Hamas abbia il controllo totale di quello che fanno gli altri sul suo territorio.
 
D. Sta dicendo che Hamas non voleva la guerra?
R. Dico che Hamas è stata così responsabile da non rispondere subito alle bombe israeliane. Perché sapevano cosa sarebbe successo altrimenti e perché Hamas non voleva questa escalation. O quantomeno, non l’ha fatta precipitare. Ha risposto quando ormai le altre fazioni avevano già risposto, e quando i bombardamenti si sono intensificati. A quel punto non c’era più un’altra strada.
 
D. C’è chi sostiene che Hamas si stia spingendo oltre per costringere l’Egitto a fare maggiori concessioni alla causa palestinese.
R. Dal mio punto di vista, non è questione di ottenere delle concessioni. La questione è che al Sisi, dopo aver preso il potere con un colpo di Stato, ha iniziato a bombardare tutti i tunnel. Ne ha distrutti circa 1.700. Da quel momento a Gaza non è arrivato più nulla. Né carburante, né materiali da costruzione, né cibo, né medicine: nulla.
 
D. Perché i tunnel sono così importanti per Hamas?
R. L’economia di Gaza, per almeno due anni, è stata mediamente tollerabile solo grazie ai tunnel. Sia per le merci, che in questo modo riuscivano a entrare e a uscire dalla Striscia, sia perché su quei tunnel, dopo l’iniziale fase di sviluppo spontaneo, sono state messe delle tasse. Una dogana. Il governo di Hamas ha potuto pagare i suoi dipendenti perché ha ricavato delle entrate autonome attraverso i tunnel.
 
D. In quali condizioni lavorano i dipendenti pubblici di Gaza, medici compresi?
R. A partire dal 2007, dopo la separazione da Hamas, i dipendenti pubblici che erano di al Fatah, in una certa percentuale che varia a seconda dei settori, ma che nell’ambito medico per esempio è stata del 27%, si sono rifiutati di andare a lavorare. Il governo di Ramallah ha continuato a pagarli lo stesso per sette anni, fino alla riunificazione. I dipendenti pubblici di Hamas hanno preso per anni uno stipendio più basso degli altri, di quelli che per sette anni non hanno lavorato e che, con la riunificazione, hanno anche ottenuto delle promozioni.
 
D. Di che cifre stiamo parlando?
R. Io ero in ospedale quando c’è stata la riunificazione. Ero in compagnia di alcune mie colleghe: due impiegate del governo di Gaza, e una pagata invece da Ramallah. Quest’ultima aveva uno stipendio di 900 dollari al mese, le altre di 300 dollari.
 
D. E adesso che i tunnel vengono distrutti, come farà Hamas a pagare gli impiegati?
R. Immediatamente, nel momento in cui sono venuti meno i soldi dei tunnel, sono mancati anche i soldi per pagare i dipendenti pubblici. A Gaza hanno lavorato da novembre fino a marzo percependo la metà dello stipendio. Da marzo in poi moltissimi non lo hanno più ricevuto. E parliamo di persone che andavano a lavorare tutti i giorni.
 
D. Israele però sostiene che bombardare i tunnel sia necessario, per fermare l’arrivo dei pezzi usati per costruire i razzi.
R. È sicuramente possibile che attraverso i tunnel arrivi anche materiale bellico. Ma perché ogni Paese del mondo può avere le sue forze armate e i palestinesi no? I palestinesi di Gaza hanno rispettato la tregua firmata a novembre 2012. Da allora Hamas non aveva più sparato contro Israele. Perché non gli è concesso avere un esercito regolare?
 
D. Quali sono le patologie principali di cui soffrono gli abitanti della Striscia e che non possono essere curate adeguatamente?
R. Come tutte le popolazioni, anche quella dei palestinesi di Gaza ha le sue inclinazioni: un alto livello di diabete e di malattie cardiache. Ma le patologie che non possono essere curate adeguatamente sono moltissime. Per esempio, prendiamo le malattie croniche, siano esse dei bambini, dei giovani o degli anziani. In assenza di un rifornimento costante di medicine, il malato cronico per un po’ si cura, finché durano le scorte. Quando poi le medicine mancano, la terapia viene sospesa per forza. Un altro grave problema è quello delle patologie collegate alle abitudini alimentari
 
D. Carenza di cibo?
R. Non solo. Il fatto è che gli abitanti della Striscia di Gaza mangiano quello che gli viene dato da mangiare da Israele. Quello che Israele decide di fare entrare. Questo è stato vero finché con i tunnel non sono iniziati gli arrivi di generi alimentari dall’Egitto. Adesso che dall’Egitto non arriva più nulla, al mercato la situazione è desolante.
 
D. Non potrebbero coltivare o pescare di più?
R. Il 40% dei terreni agricoli di Gaza sono diventati indisponibili a causa della buffer zone imposta da Israele. E gli abitanti della Striscia non possono più nemmeno pescare, perché hanno il limite delle tre miglia e perché le acque sono contaminate. A causa della mancanza di elettricità, i tre depuratori presenti in tutta la Striscia non funzionano. Il mare di Gaza è bellissimo da vedere, ma è meglio non avvicinarsi.
 
D. Quali sono le conseguenze del regime alimentare forzato?
R. Diffusi difetti di crescita nei piccoli, che crescono più lentamente del normale. Anemia, nelle madri e nei bambini. In generale, l’alimentazione della gente povera di Gaza non è affatto equilibrata.
 
D. Lo scontro armato non poteva essere evitato?
R. La domanda giusta, secondo me, è un’altra. Come mai a Gaza, nonostante tutto questo, non c’è nessuno che si sia dichiarato contrario alle azioni di resistenza di Hamas e degli altri gruppi armati? A Gaza sono tutti dalla parte della resistenza. La sensazione condivisa è: «Questa volta andiamo fino in fondo, perché non abbiamo altra scelta. Le abbiamo provate tutte, compreso il governo di riconciliazione».
 
D. Perché non ha funzionato?
R. Il governo di riconciliazione è stato, a mio parere, un tentativo politico serio per non entrare in guerra. Ma non appena è stato fatto, Israele ha deciso di attaccare. Fra l’altro, noi non sappiamo ancora chi abbia rapito i tre ragazzi israeliani la cui morte è stata la scintilla della guerra. In ogni caso, in tutti i Paesi del mondo, un fatto del genere sarebbe stato affrontato con gli strumenti della polizia giudiziaria. Mentre, fin da subito, Israele lo ha trasformato in un casus belli.
 
D. Rispetto agli attacchi contro gli ospedali della Striscia, la classe medica israeliana si è mai mostrata solidale?
R. In Israele c’è un piccolo gruppo, che si chiama Physicians for human rights, che è solidale da sempre con i medici che lavorano nella Striscia. Io li ho conosciuti nel 2006, però credo davvero che siano una minoranza molto esigua.
 
D. E il mondo della cultura, gli accademici?
R. Un collega, nei giorni scorsi, ha scritto un appello rivolto agli accademici israeliani per un boicottaggio culturale dell’aggressione militare. Chiedeva ai docenti universitari di pronunciarsi sulla guerra. Ebbene: su 1.000 destinatari, solo 52 hanno risposto dissociandosi dal governo. Il 5%. Non sono tutti medici, ovviamente. Però la fotografia è questa. E nonostante ciò, le università israeliane sono le uniche non europee che possono partecipare ai progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea. Come se la scienza fosse un campo neutro, quando invece non lo è affatto.
 
D. Quando prevede di rientrare a Gaza?
R. Per ora la Striscia è chiusa. C’è stato un tentativo di alcuni colleghi chirurghi, che hanno provato a passare, ma non sono riusciti a entrare. Non è stato fatto entrare nessun convoglio umanitario che non fosse governativo o delle Nazioni unite, da quando è iniziata l’aggressione di terra. Ci sono medici palestinesi all’estero da anni che andrebbero volentieri a dare una mano in questo frangente. Il loro lavoro sarebbe preziosissimo, ma non vengono fatti entrare. I chirurghi che lavorano in ospedale, sotto le bombe, fanno quello che possono. E non hanno nemmeno il tempo per raccontarlo.
 

“¿Cómo puede ser ilegal darle tu comida a una persona que tiene hambre?”

Son palabras de Norma Romero, Premio Nacional de Derechos Humanos 2013 en México y líder de Las Patronas, colectivo de mujeres que apoya a migrantes que viajan en La Bestia a su paso por Veracruz

La Comisión Nacional de Derechos Humanos mexicana ha llegado a contabilizar 10.000 migrantes secuestrados en un periodo de solo seis meses

Ante las carencias del Gobierno, la sociedad civil mexicana se organiza para luchar por los derechos de los migrantes. Apoyamos esta lucha junto a organizaciones locales

 AeA México_Las Patronas

La Bestia se ha ganado su sobrenombre a fuerza de historias; algunas pudieron ser contadas, otras no. La Bestia mutila y mata con sus fauces férreas: es tan sólo uno de los muchos trenes de carga que se deslizan por las vías mexicanas, con la peculiaridad de que entre sus mercancías transporta a miles de migrantes cada día. Algunos se encaraman en lo alto de sus vagones gratuitamente, otros (cada vez más) tratan de asegurarse el éxito de su viaje al norte contratando los servicios de intermediarios llamados coyotes o polleros; pero todos se arriesgan a pagar un precio mucho más alto. Un pie, las dos piernas, o hasta la vida.
Estas historias empezaron a conocerse en la localidad de La Patrona, en el estado mexicano de Veracruz, en 1995. Un día de ese año, las hermanas Clementina y Bernarda Romero, regresaban a casa con la compra. El tren pasó y aquellas personas que se aferraban a su estructura de hierro les pidieron auxilio. “Tenemos hambre”, gritaron los primeros. “Madre, ayúdanos”, gritaron los del siguiente vagón. Incrédulas, las dos mujeres les lanzaron la leche y los alimentos que acababan de comprar. Al regresar a su casa, explicaron lo ocurrido a su madre y a sus hermanas. Sólo dos cosas estaban claras. La primera, un detalle especialmente importante que cambiaría su concepción de la realidad y del mundo: aquellos hombres no eran mexicanos. Hasta entonces, pensaban que el tren era utilizado por algunos connacionales aventureros como medio de transporte para recorrer el país. Por sus acentos, extraños, supieron que no era así. La segunda cuestión de la que no cabía duda era que aquellos hombres tenían hambre. Y que ellas podían ayudarles.

Casi 20 años después, Norma Romero, hermana de Clementina y Bernarda, ha sido galardonada con el Premio Nacional de Derechos Humanos de México en 2013. Este mes, ella y su sobrina Leo han viajado hasta Madrid para contar su experiencia. Las mujeres de esta familia empezaron a organizarse aquella tarde de 1995: a diario, se colocaban a lo largo de la vía del tren y repartían comida y agua entre los migrantes, alcanzándosela como podían mientras éste pasaba. En un principio, eran sólo cinco, las hermanas Romero y su madre. Aunque llegaron a ser veinticinco, sólo catorce se han mantenido hasta hoy. El estigma y la presión social, ejercida por la comunidad sobre sus maridos y por sus maridos sobre ellas, provocó el abandono de algunas. Otras lo dejaron por el miedo a ser detenidas, ya que hasta 2008 ofrecer socorro a los migrantes podía ser juzgado como delito. Pero ninguno de estos motivos detuvo al resto, que se preguntaban cómo la solidaridad podía estar mal vista, y hasta penada, en su país. “¿Cómo puede ser ilegal darle tu comida a una persona que tiene hambre? ¿Es mejor tirarla? ¿Darla a los cochinos?”, reflexiona Norma. El grupo siguió ayudando a los migrantes: primero con comida y agua, y poco a poco también con asistencia sanitaria, alojamiento, asesoramiento e información, etc. Paralelamente, empezaron a dibujar una imagen de los migrantes alternativa a la oficial y hegemónica, que les vincula inevitablemente con la delincuencia y la criminalidad.

En 2005, un documental llamado “De nadie” hizo pública la labor de estas mujeres, que ahora son conocidas en todo el mundo como Las Patronas. Para entonces, los flujos migratorios habían aumentado tanto (así como el precio de los alimentos) que por sí solas no daban abasto: en sus inicios, viajaban en los trenes varias decenas de personas; ahora, son cientos y hasta miles los que cada día suben a su lomo. Gracias a la película, el trabajo de Las Patronas empezó a divulgarse. Sin embargo, son muchos los casos similares que permanecen en el anonimato, muchos los mexicanos que entienden que el “problema migratorio”, el “drama de la migración” es problema y es drama para aquél que lo abandona y arriesga todo en busca de una vida mejor, mucho más que para el estado que lo recibe. Hoy, Las Patronas forman parte de una red de albergues para migrantes compuesta por más de sesenta centros que, juntos, tratan de coordinarse y asegurar el cumplimiento de los derechos humanos de estas personas. En Ayuda en Acción compartimos la misma preocupación y por eso en México trabajamos en pro de los derechos de los migrantes a través de estos albergues. En nuestra colaboración con Las Patronas, posibilitada gracias a la financiación del Ayuntamiento de Ermua, hemos llevado a cabo recolectas de fondos y alimentos para reforzar la ayuda que ofrecen a los migrantes, y también hemos equipado adecuadamente la cocina y los dormitorios de sus instalaciones. Además, intentamos fortalecer el grupo ofreciendo talleres sobre derechos humanos, género, primeros auxilios y computación.

La realidad migratoria en México
A la vez que el flujo migratorio crecía, el perfil del migrante se iba diversificando: si en un principio los que viajaban eran hombres jóvenes, poco a poco fueron subiéndose al tren mujeres, algunas incluso embarazadas, niños, ancianos… Casi todos eran centroamericanos: cerca del 95% de los migrantes detenidos en México proceden de Guatemala, Honduras, El Salvador y Nicaragua. En estos países, el factor político como causa migratoria fue sumándose al económico durante las décadas de 1970 y 1980, con el aumento de los conflictos armados. Desastres naturales como el terrible huracán Mitch, en 1998, también han provocado oleadas de los denominados migrantes medioambientales en Centroamérica. Desde los 2000, la criminalidad organizada se ha convertido en una de las principales causas de los flujos migratorios del sur hacia el norte en la zona. La frontera sur de México es una de las más porosas del mundo. Se estima que el 9% de las personas que la atraviesan de sur a norte (lo que equivale a más de 170.000) son migrantes irregulares camino a Estados Unidos, ya que para la mayoría de los centroamericanos, el país azteca no es más que un corredor que hay que atravesar para llegar allí; sólo unos pocos tienen México como destino final.

Por otro lado, no todos los migrantes mexicanos atraviesan la frontera norte del país: la movilidad interna es otro componente de la realidad migratoria con la que trabajamos en Ayuda en Acción. Los jornaleros de los estados de Guerrero, Oaxaca y Chiapas, muchos de ellos indígenas, migran al centro y al noroeste del país para trabajar en explotaciones agrícolas por periodos de hasta seis meses. Allí, sus derechos laborales y sociales son constantemente violados. Para enfrentarnos a esta injusticia, en colaboración con las organizaciones locales Voces Mesoamericanas y Enlace y con financiación del Ayuntamiento de Eibar, ayudamos a los jornaleros a organizarse para luchar por sus derechos, además de intentar incidir en las políticas públicas y sensibilizar a la población local, buscando un impacto positivo sostenible a largo plazo en las condiciones de vida de estas personas.

AeA México_Teresa Jiménez
El esposo de Teresa Jiménez desapareció en el desierto camino de Estados Unidos. Foto: Salva Campillo / AeA

Secuestros, violaciones y otros abusos a migrantes
La Bestia mata y mutila, sí, pero representa sólo una pequeña parte del viaje de los migrantes y de los peligros a los que se enfrentan. Las rutas migratorias están llenas de riesgos, el hambre y la sed también acechan, pero sin duda la mayor amenaza es la humana. La delincuencia organizada se ha desplegado en torno a estos trayectos y, aprovechándose de la invisibilidad de los migrantes y de su limitado o nulo acceso a la justicia, asalta, secuestra y asesina a miles de ellos. La Comisión Nacional de Derechos Humanos publicó en 2009 el alarmante dato de casi 10.000 migrantes secuestrados en un periodo de sólo seis meses entre 2008 y 2009. En 2010, fue hallada en San Fernando (Tamaulipas) una fosa con restos de setenta y dos migrantes asesinados, según un superviviente, por negarse a trabajar para un cártel de la droga. El reclutamiento forzado es una de las causas de los secuestros de migrantes por estas grandes organizaciones criminales; el pago de un rescate por parte de familiares, otra. El robo de dinero, pertenencias y ropa motiva la mayoría de los asaltos de bandas de delincuentes menores. Las mujeres y niñas son especialmente vulnerables ante los abusos sexuales: organizaciones de derechos humanos calculan que 6 de cada 10 mujeres migrantes sufren violencia sexual durante el trayecto. La implicación de algunos funcionarios públicos, del propio Instituto Nacional de Migración, el ejército y la policía, supuestos garantes de los derechos humanos de estas personas, ha sido ampliamente documentada y es hoy innegable. La corrupción germina en un clima de impunidad que a su vez se retroalimenta de aquélla.

En este contexto, son muchos los familiares que se despiden de un migrante y nunca vuelven a saber de él. Y, en general, el Gobierno mexicano no sólo permite estos crímenes, sino que además niega a los familiares de los desaparecidos el derecho a la verdad, la justicia y la reparación ( Vídeo Fundación para la Justicia). El Estado carece de la voluntad o la capacidad para desarrollar mecanismos efectivos orientados a la búsqueda de una persona, así como a la identificación forense de los restos encontrados. Incluso se han dado casos de familias que han recibido un cuerpo que no era el de su pariente. De nuevo, es la iniciativa ciudadana la que se encarga de contrarrestar estas deficiencias. La mayoría de los casos de localización de un migrante desaparecido no son resultado de la acción estatal, sino de caravanas de madres que recorren la ruta migratoria buscando a sus desaparecidos, a menudo exponiéndose a los mismos peligros que éstos.
Ante la complejidad del asunto, es necesaria la coordinación entre países de origen, de tránsito y de destino, así como entre la multiplicidad de instituciones que trabajan en todo el proceso de búsqueda e identificación de migrantes no localizados. En este sentido, hemos desarrollado otra iniciativa junto a Voces Mesoamericanas y Enlace, con la financiación de la Unión Europea: el Banco de Datos Forenses sobre Migrantes No Localizados del Estado de Chiapas. Buscando siempre la sostenibilidad de la acción, tratamos de que las familias conozcan y exijan sus derechos, así como de que el Estado los provea.


¿Y qué hace el Gobierno mexicano?
Desde 2004, el presidente otorga anualmente el Premio Nacional de los Derechos Humanos. En diez años, la mitad de estos galardones han sido concedidos a personas centradas en la defensa de los derechos humanos de los migrantes, como es el caso de Norma Romero, actual líder de Las Patronas y receptora por ello del premio en 2013. El reconocimiento a la labor de estas personas es justo y merecido, pero el papel del Estado no puede ni debe limitarse a aplaudir estas iniciativas, sino que es su obligación construir un marco político, jurídico y social que garantice a todas las personas sus derechos más básicos. En un país de sus características, la empatía y la solidaridad debería ser la norma y no la excepción: lo mismo que demanda para los migrantes mexicanos residentes en Estados Unidos, debe ofrecerlo para los migrantes extranjeros que se encuentren en México.
 

miércoles, 30 de julio de 2014

La ONU da 90 días a España para decir qué hará con las víctimas del fascismo

El Grupo de Trabajo sobre las desapariciones forzadas de Naciones Unidas ha presentado un demoledor informe tras su visita a España el pasado septiembre, que concluye con una larga lista de recomendaciones para el Gobierno y la petición de que en un plazo de 90 días “presente un cronograma en el que se indiquen las medidas que se llevarán a cabo” para implementar sus peticiones y asistir a las víctimas del franquismo.

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El informe recuerda que España está “obligada” por el derecho internacional y la Declaración sobre protección de todas las personas contra las desapariciones forzadas a “asumir su responsabilidad” y elaborar “una política de Estado comprensiva, coherente y permanente” que permita a los familiares de los desaparecidos durante la Guerra Civil y la dictadura saber qué pasó con sus seres queridos y recuperar sus restos. “Dado el transcurso del tiempo desde que la mayor parte de las desapariciones forzadas comenzaron a ejecutarse y la edad muy avanzada de muchos testigos y familiares, es urgente que el Estado adopte como inmediata prioridad la búsqueda de la verdad y en particular sobre la suerte y el paradero de las personas desaparecidas”, dice el informe.

El grupo de trabajo de Naciones Unidas sobre las desapariciones forzadas ha enviado al Gobierno hasta 42 recomendaciones y manifiesta su.disposición a “continuar el diálogo constructivo con el Estado español” al tiempo que ofrece su “asistencia” para que España cumpla con declaración contra las desapariciones forzadas que ha ratificado. Estas son sus recomendaciones.

1. Desaparecidos. Un plan nacional de búsqueda. Como norma general, la ONU recomienda a España que proporcione “mayor apoyo institucional y financiero” a las asociaciones y familiares de las víctimas del franquismo y que cree una “entidad estatal dotada de suficientes recursos humanos, técnicos y financieros” que se encargue de “todas las cuestiones relativas a las desapariciones forzadas, incluyendo el establecimiento una base de datos central sobre desapariciones”. Naciones Unidas pide al Gobierno que elabore un “plan nacional de búsqueda” de estas personas y que lo ponga en marcha “a la mayor brevedad posible”. El Ejecutivo de Mariano Rajoy ha hecho, hasta la fecha, todo lo contrario, ya que ha eliminado todas las partidas previstas en la ley de memoria histórica (derogada de facto) para ayudar a los familiares a localizar a las víctimas.

2. Jueces en las fosas. La ONU pide a España que asegure que “los responsables de la administración y procuración de justicia se personen en el momento de la ejecución de las exhumaciones y luego analicen los resultados que las mismas arrojan y actúen de acuerdo con ellos”. Los familiares de víctimas del franquismo siempre denuncian ante el juzgado correspondiente la apertura de las fosas, es decir, el hallazgo de restos humanos con signos evidentes de muerte violenta (cráneos agujereados por el tiro de gracia, casquillos, balas…), pero los juzgados casi nunca contestan.

3. Justicia. Investigaciones “de oficio”. Naciones Unidas recomienda “investigar de oficio y juzgar todas las desapariciones forzadas a la luz de las obligaciones internacionales, de manera exhaustiva e imparcial, independientemente del tiempo transcurrido desde el inicio de las mismas”. Para ello, reclama “eliminar todos los obstáculos jurídicos de orden interno que puedan impedir tales investigaciones judiciales”, como la ley de amnistía de 1977, el principal argumento esgrimido hasta ahora para no llevarlas a cabo. El único juez que abrió una investigación sobre los crímenes del franquismo, Baltasar Garzón, fue procesado por ello, acusado de prevaricación, y finalmente absuelto.La ONU propone a España “actualizar, depurar y poner a disposición del público” la base de datos que el magistrado elaboró desde su juzgado, el número 5 de la Audiencia Nacional, durante la frustrada investigación.

4. Símbolos. El Valle de los Caídos. La ONU pide a España que proporcione “los fondos adecuados” para que la ley de memoria histórica “pueda aplicarse” y que se cumplan, entre otros, los artículos relativos a la retirada de símbolos y vestigios del franquismo. En este sentido, el grupo de trabajo de Naciones Unidas contra las desapariciones forzadas solicita al Gobierno que “vele por el respeto a la disposición de la ley que dispone la retirada de escudos, insignias, placas y otros objetos o menciones conmemorativas de exaltación, personal o colectiva, de la sublevación militar, de la Guerra Civil y de la represión de la dictadura” . Y reclama, especialmente, la “implementación” de las recomendaciones de la comisión de expertos nombrada durante el Gobierno de José Luis Rodríguez Zapatero y que proponía retirar del Valle de los Caídos los restos del dictador Francisco Franco y convertir el lugar en un museo de la memoria similar al que acoge en la actualidad la Escuela de Mecánica de la Armada Argentina (ESMA).

5. Niños robados. Banco de ADN. La ONU propone a España “fortalecer los esfuerzos con miras a buscar e identificar a los niños y niñas que podrían haber sido víctimas de apropiación” y garantizar un banco nacional de ADN que integre “muestras genéticas de todos los casos denunciados”.

6. Comisión de la verdad. El grupo de trabajo sobre desapariciones forzadas de la ONU propone a España que considere “la creación de una comisión de expertos independientes encargada de determinar la verdad sobre las violaciones a los derechos humanos ocurridas durante la Guerra Civil y la dictadura”.

7. Justicia universal. Colaborar con Argentina. Naciones Unidas pide que las reformas legislativas relativas a jurisdicción universal no afecten a la investigación de casos de desaparición forzada y solicita a España, además, que colabore con los Estados que, en aplicación de ese principio, abran investigaciones sobre este tipo de delitos, como ha hecho la justicia argentina con los crímenes del franquismo.
Estas recomendaciones no son vinculantes. El Gobierno no está obligado a cumplirlas, pero sí ha de contestar a Naciones Unidas, explicarle qué va a hacer y qué no y motivar su decisión.

Fuente:  http://www.yometiroalmonte.es/2014/07/30/onu-90-dias-espana-victimas-fascismo/

Por qué cantan los pájaros

...Walter Garstang, profesor de zoología en la Universidad de Leeds, en Inglaterra, a principios del siglo XX, es conocido por el público general gracias a uno de los libros más insólitos de todos los tiempos sobre el canto de los pájaros, Cantos de los Pájaros (1922), un trabajo que camina equidistante entre la ciencia y  la poesía .
  La mitad del libro de Garstang apela a la nueva ciencia del sonido de los pájaros. El sonido es difícil de analizar porque el tiempo no puede detenerse. "Nuestro objetivo es estudiar la expresión de la emoción que contiene el sonido. Nuestra dificultad radica en que estamos invadiendo un mundo por completo inmaterial de cosas que se desvanecen tan pronto como surgen". Garstang era un oyente inusualmente dotado para las abstracciones de la música. Era asimismo capaz de relacionar lo que escuchaba con las ideas de Darwin acerca del modo en que se había producido la diferenciación de las especcies de pájaros y el modo en el que el canto podría ilustrar las conexiones evolutivas entre ellos.[...] Detecta la necesidad de crear algún tipo de notas detalladas para poner por escrito el canto de los pájaros. No le gustan las notas musicales que sus predecesores han utilizado y, en vista de ello, será pionero de un tipo de notas abstractas silábicas que parecen provenir del  jug-jug de la época isabelina y del cheeer-up, cheer-ups de John Clare. La búsqueda de este grial empuja al científico Garstang en una dirección poco corriente.
 Garstang se ve tentado en dos direcciones: la primera, le conduce a tratar de hallar el modo de representar la estructura y el tiembre del canto de los pájaros, para lo cual cree conveniente recurrir a palabras reconocibles. Más tarde intentó entrar en el mismo corazón del canto. La ciencia, escribe, puede intentar trazar el origen de un canto o su objetivo para descubrir su auténtico propósito, pero el canto en sí mismo es una expresión de las emociones del pájaro, una "elevación prolongada del espíritu", una transformación de sus graznidos y su piar en algo superior, "una expresión de toda la alegría de la vida en su clímax del bienestar". Éste es el punto de vista que mete un pie de Garstang en el campo de la poesía.
  La segunda mitad de su libro se compone de poemas raramente optimistas basados en estas transcripciones matizadas del canto de los pájaros, mezcladas con parodias rimadas que celebran todos los sentimientos maravillosos que nos hacen sentir los pájaros. El trabajo se publicó en varios periódicos ingleses y aunque sus composiciones no fueron consideradas como gran poesía, parece que fue bastante popular en su época. He aquí una alondra anunciando el amanecer:

¡Swee! ¡Swee! ¡Swee! ¡Swee!
¡Zwée-o! ¡Zwée-o!  ¡Zwée-o!  ¡Zwée-o!
¡Sís-is-is-Swée! ¡Sís-is-is-Swée!
¡Joo! ¡Joo! ¡Joo! ¡Joo!
 ¡Jée-o!  ¡Jée-o! ¡Síssy-sejóo!
¡Jit! ¡Jit! ¡Jit! ¡jit! ¡Jit! ¡jit! ¡Dzóo! 
¡Zée! ¡Wee, wée, wee! ¡Sís-is-is-Swée!
¡Swée-o, Swée! ¡Swée-o, Swée!
¡Swée, swee, swée, swee, swée, swee! ¡Swée!

  Garstang no pensó que estaba perdiendo el tiempo. Consideraba estas nuevas palabras como una herramienta científica: una rigurosa y exacta transcripción. Cuando un crítico de la prensa preguntó si "esta poesía checoslovaca" era necesaria, Garstang respondió que descifrar nuevas lenguas requería nuevas sílabas.
  He aquí un científico que reconoce que el objeto de su investigación pone a prueba el límite de la razón. Se convirtió en un poeta para poder encontrar algo genuino que decir sobre la felicidad. Sus poemas pueden paecer solamente como pies de página de la inescrutabilidad del mundo de los pájaros, pero no se puede negar que expresan pasión y compromiso con los sonidos que se vierten desde los árboles. Esto es lo que Garstang escuchó en el canto volador de una bisbita arbórea:

Espera ahora, mira y continúa aún
Escucha el trino sin voz 
Viene de ese delgado pico
Y cargado con la inconfesable alegría de su devoción
La emoción del éxtasis de los altibajos
Cómo alumbra de nuevo su árbol
Y entonces, si todo va bien aumentará:

¡Mira!-------e
          ¡--------e
                      --------e
                                   \-------e
                                                  --------e
                                                                !--------e
                                                                                   --------e
                                                                                                
                                                                                                   \-------e
                                                                                                                -------e!---

    Esta combinación de atención y pasión es, por el contrario, rara. Más que nada muestra cuán difícil es hacer ciencia y poesía al tiempo. Pero quizá ¿por qué cantan los pájaros? no sea una buena pregunta científica. Admiro a Garstang por intentarlo y desearía que otros hubieran corrido los mismos riesgos. En nuestra era, con todas las herramientas de la transcripción informatizada, estadísticas y avances científicos, ¿continúa la ciencia queriendo admitir su necesidad de poesía para comprender el completo significado de los pájaros? Garstang deseaba compartir la exaltación de las alondras. Tal y como transcribe su música en extrañas y locas sílabas, no podía sino entusiasmarse.
  La salvaje poesía de Garstang se parece menos a la ciencia y más al dadaísmo, reminiscente de famoso Ursonate, el sonido pionero y pieza de arte compuesta por Kurt Schwitters, más conocido por sus collages y pinturas. Este poema de treinta y tres minutos de sonidos se comenzó en 1922 y se pulió durante toda la década siguiente: está compuesto por lo que algunos llamarían sílabas sin sentido, pero los oyentes de pájaros rápidamene sabrían hasta que punto estaba influenciado por las notas utilizadas para humanizar el canto de los pájaros. Aquí tenemos un extracto:

Ooobee tatta tuu
Ooobee tatta tuu
Ooobee tatta tuii Ee
Ooobee tatta tuii Ee
Ooobee tatta tuiiEe tuiiEe
Ooobee tatta tuiiEe tuiiEe 

Tatta tatta tuiiEe tuiiEe
Tatta tatta tuiiEe tuiiEe

Tilla lalla tilla lalla
Tilla lalla tilla lalla

 Schwitters juega con el sonido por puro placer, pero yo soy contundente con el parecido de la supuestamente poesía científica de Garstang. Ambos salieron de los límites de sus respectivas disciplinas para estrechar el lenguaje hacia los límites de la sintaxis y del ruido del mundo.



Por qué cantan los pájaros
David Rothenberg

La sonda Rosetta, a una semana de alcanzar su destino


Si todo va según lo previsto el próximo jueves 6 de agosto de 2014, tras un viaje por el espacio de más de 10 años, la sonda Rosetta de la Agencia Espacial Europea entrará en órbita alrededor de su objetivo, el cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko.

El objetivo de la misión es que Rosetta siga en órbita alrededor de él, acompañándolo durante su periplo alrededor del Sol, y que el aterrizador, Philae, se pose la superficie de su núcleo, algo que está previsto que ocurra el 11 de noviembre, y que será la primera vez en la historia que logremos.



Imagen interpolada del núcleo de 67P tomada por la NAVCAM de Rosetta el pasado 28 de julio a unos 2237 kilómetros de este 



martes, 29 de julio de 2014

El hombre que paró al desierto

En sus comienzos en 1974, le tomaban por loco. Campesino burkinés, Yacouba Sawadogo se asignaba entonces la misión de replantar su región, reintroduciendo el Zaï, un método de cultivo tradicional olvidado. Su meta: restaurar la agricultura en unas tierras áridas afectadas por la desertificación. 40 años más tarde, la técnica floreció y fue aplicada en 8 países del Sahel. Más de 3 millones de hectáreas de tierras burkinesas estériles han sido rehabilitadas. 

 

Existen individuos cual audacia y temeridad inspiran respeto. Como afrentas al destino que repelen la niebla de la fatalidad. Yacouba Sawadogo es uno de ellos. Cuando en los años 1970, las poblaciones de Burkina Faso huyen del avance del desierto y su procesión de tierras estériles, este paisano nativo del pueblo de Gourga sólo tiene un objetivo en mente: repoblar la región. Es decir, lograr lo imposible a los ojos de muchos. Decidido a que crezcan semillas en un suelo afectado por la sequía, el hombre va a poner al día una técnica de agricultura tradicional.

Rendimientos cuadruplicados
Llamado Zaï, el método consiste en cavar hoyos de unos 20 centímetros para depositar estiércol y compost al lado de las semillas. Después de tres años de experimentación con diversas técnicas, el treintañero obstinado de entonces cree firmemente en las promesas del Zaï. Y acertará. Desde las primeras lluvias, el resultado es evidente. Los rendimientos se multiplican por dos, hasta por cuatro. Yacouba tiene éxito ahí dónde la máquina de la ayuda al desarrollo lucha desde hace décadas. Lejos de enorgullecerse de este éxito, coge su moto y se va a recorrer los caminos de Burkina Faso para enseñar el Zaï a los agricultores.

Plantar árboles
Él que se conoce como “el hombre que paró al desierto” tuvo con Ali Ouédraogo el ingenio para mejorar el método ancestral mediante la plantación de árboles. Las plantas ayudan a mantener la humedad del suelo y favorecen la infiltración natural del agua. “La gente pensaba que estaba loco cuando empecé a plantar estos árboles”, indica Yacouba Sawadogo, “es ahora cuando se dan cuenta de los beneficios del bosque.”

Éxito en el Sahel
Tal y como Elzéard Bouffier de Jean Giono, el hombre con ahora 66 años plantó así 30 hectáreas de bosques. Una cubierta vegetal hecha de especies locales. El Zaï ya cruzó las fronteras del Burkina, y da ejemplo desde entonces en 8 países del Sahel. Hasta la fecha, el método ancestral mejorado permitió rehabilitar más de 3 millones de hectáreas de suelos estériles, en la tierra de los hombres íntegros.

La mejora de los rendimientos generó mayores ingresos para los agricultores, puso freno al éxodo rural y fortaleció el nivel de autosuficiencia alimentaria. Con el apoyo de los expertos internacionales, Yacouba Sawadogo fórmula hoy un deseo a nuestros colegas de Rue 89: “Me gustaría que la gente tuviera el valor de crecer a partir de sus raíces.”
Más detalles con imágenes a través de este documental sobre Yacouba Sawadogo, por Marcos Dodd:

 

Las ciudades invisibles

El atlas del Gran Kan contiene también los mapas de las tierras prometidas visitadas en el pensamiento pero todavía no descubiertas o fundadas: la Nueva Atlántida, Utopía la Ciudad del Sol, Océana, Tamoé, Armonía, New-Lanark, Icaria.
  Pregunta Kublai a Marco:-Tú que exploras en torno y ves los signos, sabrás decirme hacia cuál de estos futuros nos impulsan los vientos propicios.
 -Para estos puertos no sabría trazar la ruta en la carta ni fijar la fecha de llegada. A veces me basta un escorzo abierto en mitad mismo de un paisaje incongruente, un aflorar de luces en la nieba, el diálogo de dos transeúntes que se encuentran en medio del trajín, para pensar que partiendo de allí juntaré pedazo a pedazo la ciudad perfecta, hecha de fragmentos mezclados con el resto, de instantes separados por intervalos, de señales que uno manda y no sabe quién las recibe. Si te digo que la ciudad a la cual tiende mi viaje es discontinua en el espacio y en el tiempo, ya más rala, ya más densa, no has de creer que se puede dejar de buscarla. Quizá mientras nosotros hablamos está aflorando desparramada dentro de los confines de su imperio; puedo rastrearla, pero de la manera que te he dicho.
  El Gran Kan estaba hojeando ya en su atlas los mapas de las ciudades que amenazan en la pesadillas y en las maldiciones: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
  Dice:-Todo es inútil si el último fondeadero no puede ser sino la ciudad infernal, y allí en el fondo donde, en una espiral cada vez más estrecha, nos sorbe la corriente.
  Y Polo: -El infierno de los vivos no es algo que será; hay uno, es aquel que existe ya aquí, el infierno que habitamos todos los días, que formamos estando juntos. Dos maneras hay de no sufrirlo. La primera es fácil para muchos: aceptar el infierno y volverse parte de él hasta el punto de no verlo más. La segunda es peligrosa y exige atención y aprendizaje continuos: buscar y saber reconocer quíen y qué, en medio del infierno, no es infierno, y hacerlo durar, y darle espacio.

Las ciudades invisibles
Italo Calvino

A propósito de Gaza, por Eric Hobsbawm

El historiador marxista Eric Hobsbawn publicó este artículo sobre el conflicto entre Israel y Gaza en el año 2009.
A 5 años de su publicación y a dos años de la muerte de su autor, las palabras del británico de origen judío siguen más vigentes que nunca ante la nueva ofensiva israelí, que ha dejado ya ás de 800 muertos y 5.000 heridos.


 “Durante tres semanas la barbarie ha sido mostrada ante un público universal, que ha observado, juzgado y, con pocas excepciones, rechazado el uso del terror militar por parte Israel contra un millón y medio de habitantes bloqueados desde 2006 en la Franja de Gaza. Nunca antes las justificaciones oficiales de la invasión han quedado tan claramente refutadas como ahora, con la combinación de cámaras y aritmética; ni el lenguaje de las “objetivos militares” con las imágenes ensangrentadas de niños y la quema de escuelas. Trece muertos de un lado, 1.360 de otro: no es difícil establecer dónde está la víctima. No hay mucho más que decir acerca de la terrible operación de Israel en Gaza. 
Excepto para aquellos de nosotros que somos judíos. En una larga e insegura historia como pueblo en la diáspora, nuestra reacción natural a los actos públicos ha incluido inevitablemente la pregunta: “¿Es bueno o malo para los judíos?” En este caso, la respuesta es inequívoca: “Malo para los judíos”.

Es claramente malo para los cinco millones y medio de judíos que viven en Israel y los territorios ocupados desde 1967, cuya seguridad se ve amenazada por las acciones militares israelíes que sus gobiernos adopten en Gaza y en Líbano, acciones que demuestran su incapacidad para lograr sus objetivos declarados y que perpetuan e intensifican el aislamiento de Israel en un Oriente Medio hostil. Desde el genocidio o la expulsión masiva de palestinos de lo que queda de su tierra natal no ha habido otro programa práctico que la destrucción del Estado de Israel, y sólo una coexistencia negociada en igualdad de condiciones entre los dos grupos puede proporcionar un futuro estable. Cada nueva aventura militar, como las de Gaza y el Líbano, hará que esa solución más difícil y fortalecerá al ala derecha israelí y a los colonos de Cisjordania, que encabezan el rechazo a la solución negociada.

Al igual que la guerra del Líbano en 2006, Gaza ha oscurecido las perspectivas de futuro para Israel. También ha oscurecido las perspectivas de los nueve millones de judíos que viven en la diáspora.

Permítanme que no me ande con rodeos: la crítica de Israel no implica antisemitismo, pero las acciones del gobierno de Israel causan vergüenza entre los judíos y, sobre todo, dan pie al acutal antisemitismo. Desde 1945, los judíos, dentro y fuera de Israel, se han beneficiado enormemente de la mala conciencia de un mundo occidental, que se había negado a la inmigración judía en la década de 1930, unos años antes de que se permitiera o no se opusiera al genocidio. ¿Cuánta de esa mala conciencia, que prácticamente eliminó el antisemitismo en Occidente durante sesenta años y produjo una época dorada para su diáspora, queda en la izquierda hoy?

La acción de Israel en Gaza no es la de un pueblo que es una víctima de la historia, ni siquiera es el “pequeño valiente” Israel de la mitología de 1948-67, con un David derrotando a todos los Goliaths de su entorno. Israel está perdiendo la buena voluntad tan rápidamente como los EE.UU. de George W. Bush, y por razones similares: la ceguera nacionalista y la megalomanía del poder militar. Lo que es bueno para Israel y lo que es bueno para los judíos como pueblo son cosas que están evidentemente vinculadas, pero mientras no haya una respuesta a la cuestión de Palestina no son y no pueden ser idénticas. Y es esencial para judíos que se diga.”

Fuente:  http://www.elciudadano.cl/2014/07/25/109731/a-proposito-de-gaza-por-eric-hobsbawm/

domingo, 27 de julio de 2014

Jose María Delgado-García: «Las ecuaciones de Newton predicen cómo ha de funcionar el cerebro mejor que muchas teorías neurocientíficas»

 
 José María Delgado-García (1945) estudió medicina y cirugía en Sevilla y tras varios años completando su formación en diferentes centros internacionales regresó a España para fundar el Laboratorio de Neurociencia de la Universidad de Sevilla. Su contribución más importante en el ámbito de las neurociencias es la serie de estudios sobre aprendizaje y memoria, cuya línea experimental es original de su laboratorio y fue reconocida por la revista Science como uno de los diez descubrimientos más importantes del año 2006. El profesor Delgado ha contribuido de manera importante a la formación de varias generaciones de estudiantes españoles y latinoamericanos, ha sido presidente de las Sociedades Españolas de Fisiología y de Neurociencias y por sus contribuciones científicas ha recibido varios premios como el XIII Premio Maimónides de Investigación Científica y Técnica. Nos encontramos con el profesor Delgado en el centro de neurociencias de la Universidad Pablo Olavide y nos invita a entrevistarlo mientras realiza un experimento. La conversación con el profesor Delgado nos presenta a una persona ilustrada, que analiza los problemas desde la pregunta correcta, esa cuestión sencilla que a modo socrático cambia tus creencias y revela el conocimiento. 
 
Pinker sugiere que existen patrones innatos del pensar y el sentir que acaban con la tabla rasa. Son por tanto nuestros genes, por ejemplo, los que determinan tanto el adulterio como el altruismo. ¿Compartes la posición de Pinker?
Sí que hay patrones innatos. Cuando uno dice que aprende a andar no aprende a andar en sentido estricto. En un año no se puede aprender. La prueba está en que tocar el piano, por ejemplo, que es aparentemente más simple, cuesta veinte años. Hay que tener en cuenta las limitaciones físicas, por ejemplo, con el dedo no se pueden dar más de cinco o siente pulsaciones por segundo, diría. Si alguien compone una obra que suponga tener que hacer esto, no se podrá tocar. Es una limitación física del organismo. Pero el diseño básico del control motor, o la percepción visual,es un programa innato que, en parte, está determinado genéticamente, pero que requiere lo que se llaman periodos críticos de adaptación.
En este sentido, hay un experimento, desarrollado además por españoles, de mediados del siglo XX que demuestra que si se crían ratones en oscuridad total durante un par de semanas después del nacimiento estos ratones luego tienen problemas para detectar colores, formas; tienen cierto tipo de ceguera funcional que depende de un periodo crítico. Igualmente, si uno aprende a hablar inglés a los cuarenta o cincuenta años, salvo el papa (risas), que habla todos los idiomas, pronunciará con un acento más acusado. Es muy difícil hablar con un acento de Oxford o de Texas si uno no lo aprende durante ese periodo crítico, que es ciertamente flexible, aunque limitado en el tiempo. Si se aprende antes de los diez años, pongamos, es más fácil, se adquiere mejor. En edades tempranas se aprende de oído, de adulto se usa otro tipo de percepción, fundamentalmente visual.

En tanto al adulterio… Es más el diseño, cómo se organizan animales sociales, tiene una base también de tipo genético adquirida. Pero no solo  para la especie humana. Si no recuerdo mal, hay varias especies de pájaros que pueden tener relaciones promiscuas, así como poner un huevo o dos, en función de la cosecha. No es un invento de los humanos el que en función de la economía uno tenga uno o dos niños. Son patrones que vienen determinados por las condiciones sociales, económicas, físicas, etc.

Una parte sería por disposición genética y otra ambiental, ¿no?
Exactamente. Lo que pasa es que según la función de que se trate depende más de la carga genética, no todas las funciones son iguales. Un ejemplo: la inteligencia, la capacidad de aprender, tienen una base genética y una parte importante de educación. Si uno no desarrolla determinadas capacidades luego no se pueden adquirir. Pero el carácter es más dependiente de la carga genética del individuo. Es más fácil cambiar de ideología que de carácter. Esto ya lo decía Schopenhauer, referido además a refranes españoles, algo así como genio y figura hasta la sepultura.

Si hubiera diferencias cognitivas entre hombres y mujeres ¿se debería a dimorfismos cerebrales o las causas son multifactoriales?
Hablar de cerebros de hombres y mujeres es hablar de hombres y mujeres. Las mujeres son sus cerebros, igual los hombres. Esa distinción yo no la hago. Parece que hay un dualismo si se habla en esos términos, como si el cerebro fuera una cosa y la persona otra, y no es así. Una persona es su cerebro. De otro modo parece que una persona, además de su cerebro, tiene un alma. Ese dualismo desde el punto de vista neurocientífico no existe.

Hay diferencias de funcionamiento, igual que de tamaño, de resistencia. Pero comparar… Es como decir que las hormigas son más torpes que los elefantes. Establecer diferencias, aparte de que es peligroso, no tiene tampoco sentido. Son por supuesto diferentes, dentro de ciertos límites, igual que de una persona a otra, o de una cultura a otra, no es lo mismo la manera de pensar, de funcionar de un ruso y un chino, por ejemplo. Es muy diferente la  forma de funcionar de estos últimos a la de los occidentales. Ahora bien, esto también tiene mucho componente cultural.

Y las diferencias en el cerebro de los transexuales, según últimos estudios, no se acaba de determinar si los dimorfismos anatómicos son el origen de la identidad de género o es esta la que provoca un cambio.
Es complicado esto, porque en realidad no se sabe. Por un lado se piensa que el cerebro se modifica cada vez que uno aprende. Esto no es nuevo. Ya Ramón y Cajal decía que «El cerebro de un hombre que se plantea una pregunta es diferente del cerebro del hombre que la resuelve». Eso es una manera de verlo. La otra es la del médico. Cómo el médico puede diagnosticar un enfermo de parkinson. Lo diagnostica por los síntomas. ¿Cuáles son? Temblores, lo sabe todo el mundo. Si los cerebros de los posibles pacientes fueran cambiando tanto al final podrían tener síntomas muy diferentes, con lo cual la enfermedad sería muy difícil de diagnosticar; aunque haya diferencias de un caso a otro, hay una parte común. Quiero decir que, por una parte, está más de moda decir que el cerebro es plástico, pero, por otra, el cerebro produce estabilidad de funciones. Uno se reconoce a sí mismo mientras le funciona bien todo, uno sabe cuál es su nombre, dónde vive, lo podemos identificar por su acento, por cómo escribe, pro su estilo, si es del Betis, del Sevilla… y eso no va cambiando cada día.

En el próximo congreso de la Society for Neuroscience, en Washington, vamos a presentar este año una ponencia tratando de demostrar que el paradigma de que el cerebro almacena información mediante la reorganización de los contactos entre neuronas (es decir en las denominadas sinapsis) es falso tal vez. Hemos tratado de hacer una falsación experimental de esa teoría en el sentido de Popper.

Experimentos como los del doctor Bach y Rita, esto de «ver con la espalda», ¿tiene que ver con la plasticidad?
A Bach y Rita lo conocí, era amigo mío. Vino hace unos doce años, lo invité a nuestro laboratorio, luego murió, era ya mayor. Él lo que hacía era convertir un estímulo visual en pulsos eléctricos. Pero eso no es ver con la lengua o con la espalda. Es sentir. El punto de vista del uno por ciento de los neurocientíficos, donde yo estoy, es que el cerebro es más bien platónico. Está previsto, precisamente por la evolución, qué cosas son las que se pueden hacer y dentro de un cierto rango hay algunas imprevistas, como tocar el piano o hablar en francés, pero no está por ejemplo previsto que podamos volar; para esto hay que usar un avión. El cerebro no necesariamente tiene que cambiar. Físicamente sí, cambia todos los días.

Con la transexualidad, la homosexualidad, etc., se trata de que si tu cerebro es diferente porque eres homosexual entonces está bien, nadie te puede acusar de nada; si tu cerebro es igual que el de tu vecino y te haces homosexual es que tienes un problema, o viene el cura y te dice que es contranatura, lo cual es falso, porque en la naturaleza hay muchos casos de comportamientos que se podrían considerar homosexuales. De lo que no hay casos en la naturaleza es de castidad, no hay ninguna especie, esto sí podría entonces concluirse que es contrario a la naturaleza. Son batallas culturales, no científicas, pero que contribuyen a generar un innecesario sufrimiento en muchas personas.

Hubo un autor, Simón LeVay, que escribió El cerebro sexual. Al parecer, lo escribió porque él era homosexual. Defendía que había unas estructuras nerviosas en el hipotálamo, que eran diferentes entre hombres homo y heterosexuales. En la actualidad hay abierta una considerable controversia más o menos científica en este sentido. Por razones científicas este tipo de historias ni me las creo ni me las dejo de creer, no tengo los datos.

¿Existe, como comentó Tom Wolfe, una tendencia en la neurociencia para extinguir la noción de alma y reemplazarla con la función de un órgano?
Es que la idea de la tabula rasa no funciona, no es que el cerebro aprenda a ver, eso técnicamente es muy difícil, es que además tú te inventas lo que ves. Los colores no están fuera. Incluso la percepción de lo que es una esquina, una sombra, también es inventada. Si yo cierro este ojo, no veo. Sin embargo, nadie es consciente de que parpadea quince veces por minuto y cuando parpadea se cierra el párpado y se deja de ver. En ese momento el cerebro se inventa que sigues viendo. Es otro ejemplo más de que la percepción sensorial se inventa, en parte.

De hecho, te iba a preguntar por cuáles son las razones neurológicas de la supresión de visión postsacádica (.icroceguera transitoria).
Durante el movimiento sacádico (cuando tú pasas de mirar de un sitio a otro), que viene a durar también unos cien milisegundos, aunque el ojo está abierto se está moviendo y no se ve. Si se viera sería terrible, porque tendrías la sensación de que te caes, verías que el mundo se está desplazando.

¿Qué causa neurológica puede haber detrás de esa supresión?
No, causa no. Es un problema de diseño. Conviene que sea así. ¿Por qué es así? Si tuviéramos un ojo como Polifemo, pegado como un sello, uno podría ver, pero qué pasa si muevo la cabeza… Dejo ver. Para ver tengo que estar quieto. ¿Cómo se resuelve eso? Se resuelve, aunque uno no es consciente de eso, dejando de ver. Durante los episodios de vértigo —o cuando se bebe mucho, cuando ves moverse la habitación— lo que pasa es que el ojo se mueve, por eso esa sensación de que todo se mueve, es el ojo el que se mueve. Si lees la novela de Hemingway, la de París era una fiesta, como este era un borrachín, decía que cuando bebía mucho lo que hacía era leer, así se le pasaba la sensación de vértigo, porque fijaba el ojo en las líneas impresas.

En Neurociencia y derecho penal indicas que «nuestros conceptos actuales de libertad y responsabilidad penal son perfectamente sostenibles con los conocimientos disponibles de la neurofisiología cerebral». ¿Podemos responsabilizar a un pedófilo por su orientación sexual sabiendo que es producto de su herencia genética y de un desarrollo cerebral atípico?
Bueno, ahí hay un problema de culpabilidad y responsabilidad de índole jurídica. El primer problema jurídico que yo entiendo es que para ser culpable uno tiene que ser libre, y para ser libre uno no tiene que depender de su cerebro, porque se supone que el cerebro es una estructura material y las estructuras materiales están predeterminadas. Donde hay que incidir es en el concepto: ¿quién ha demostrado que los espíritus son libres y hacen lo que les da la real gana, sin depender de las condiciones previas? No lo ha demostrado nadie y, sin embargo, todo el mundo asume que esto es así. Si es el alma, es libre. Sin embargo, si es el cerebro el que ha determinado tu estado consciente entonces está predeterminado. Y eso es un equívoco: en la materia nada está predeterminado. Para empezar, no está nada claro qué es la materia.
Digamos que fuera un espíritu solo o fuera materia solo, da igual: ¿en qué consiste una libre decisión? Es decir, si tengo que comprar un coche, puedo elegir entre varios. Y ¿cómo lo eliges? Pues en función de tu dinero, del color que te gusta, etc. ¿Y eso es libertad o es elección dentro de unas determinadas condiciones? El concepto mismo de libertad es algo ambiguo, o arbitrario.

Hay que separar, por otro lado, el concepto de culpabilidad del de peligrosidad. Una persona que no sea culpable —por ejemplo, un esquizofrénico en pleno ataque psicótico no lo es— puede ser peligrosa.
No es un problema científico, si no filosófico. Nadie ha demostrado que  haya una libertad total, seas espíritu o seas materia. Y, además, los propios juristas unas veces echan mano del cerebro y otras no, depende. Por ejemplo, si bebes, ¿eso afecta al alma? Y, sin embargo, es un eximente en un crimen.

Roger Penrose postula que la inteligencia no puede simularse mediante procesos algorítmicos, es decir, mediante un ordenador. Debe haber un ingrediente distinto, no algorítmico, en la forma de actuar de la conciencia.
En realidad el cerebro no es como nada. En la Edad Moderna, René Descartes decía que el cerebro era como las  máquinas neumáticas aquellas que movían los jardines de Versalles. Mendeléyev decía que era como la tabla periódica que  él inventó. Y Ramón y Cajal decía que el cerebro era como una central telefónica de su tiempo. Es decir, cada uno dice que es como una cosa que tiene al lado. Dentro de cincuenta años será como otra cosa. En realidad, el cerebro de los vertebrados ha seguido un proceso de evolución de unos quinientos millones de años, está hecho de otra manera, tiene un diseño que no tienen las máquinas; no se enchufa, no se inactiva… Igualmente, la inteligencia es otra cosa, no tiene que ver con resolver problemas de forma repetitiva. Creo que Penrose se refiere más a la máquina de Turin, el problema de Gödel, que es difícil de entender. Pero es por el diseño. Un ordenador no es impredecible, no tiene mundo interior. Los seres vivos que tienen cerebro son impredecibles, pueden adoptar decisiones inesperadas. Uno hace su propia selección del mundo: ve lo que le interesa, oye lo que le interesa, etc. Es una selección que no es completamente dependiente de la realidad exterior.

¿Qué tiene que decir la neurociencia de los microtúbulos  de Penrose?
Son unas estructuras que están dentro de las neuronas y que sirven para el trasporte de material. Tienen una estructura proteica interna. Mi opinión es que la actividad mental depende de una característica física que no conocemos. Nuestro grupo trabaja mucho alrededor de estas cuestiones, y ahora vamos a pedir un proyecto europeo basado en ver interacciones entre estructuras cerebrales lo más posible en vivo, en el momento en que están pasando, que se aleja un poco de la misma teoría de la plasticidad, que es una teoría muy reduccionista: todo se centra en que cambia una o varias proteínas cada vez que aprendemos algo. Nosotros queremos centrarnos en estructuras funcionales. Por ejemplo, hacemos experimentos con componentes de sorpresa, a veces la rata toca un botón y pasa una cosa —obtiene comida— y a veces no. En esas situaciones que se tienen que resolver muy rápido no da tiempo a que cambie el cerebro. Y en ese momento, cuando la rata está a dos centímetros de la palanca y aún no sabe qué va a pasar, es cuando medimos su actividad cerebral, cuando tiene que estar pensando cómo tiene que resolver la situación. Entiendo que el cerebro hay que estudiarlo en vivo y en directo, su funcionamiento tiene que ver con cambios funcionales, y menos que ver con su plasticidad. Por cierto, que el cerebro cambia continuamente, al igual que el resto del universo: no hace falta aprender nada para que este cambie.

Se ha demostrado que sin corteza cerebral hay conciencia. ¿Cuáles son las estructuras cerebrales cruciales?
No lo sé. Digamos que, si quitas la corteza, tienes los mecanismos de activación de la conciencia, pero no tienes qué activar. Es como si tuvieras el motor pero no la manera de encenderlo. Necesitas la corteza. Además, es muy grande… haría falta saber qué parte de la corteza produce el estado de conciencia.

¿La conciencia es un estado que deriva de las estructuras o de los procesos?
Las estructuras y los procesos es una separación de tipo semántico. El funcionamiento, la fisiología, termina por determinar la estructura que lo sostiene.

Pienso en el modelo del ordenador, donde la estructura está muy clara.
Es que el cerebro no es un ordenador. No se pueden separar estructuras de procesos. El cerebro está funcionando siempre. Las neuronas, mientras están vivas, están funcionando.

Incluso muerto, esto se ha visto con técnicas de neuroimagen.
Bueno, cuando uno se muere se entiende que es la muerte de la corteza cerebral, por falta de oxígeno, por ejemplo, pero puede haber neuronas que sobrevivan más. Ahora bien, una vez que muere la corteza es ya muerte cerebral. Digamos que la estructura es función. No se pueden separar en el caso del cerebro.

¿La conciencia ofrece alguna ventaja evolutiva?
Los cerebros, desde el punto de vista evolutivo, aparecen porque hay que moverse en un espacio de tres dimensiones, en un sitio donde hay gravedad, donde hay rozamiento, viscosidad, medio físico… El cerebro es algo que tienen aquellas especies que se mueven, esta es una forma de verlo. Los árboles no lo tienen. Y en el proceso evolutivo los cerebros se van transformando. No es lo mismo el cerebro de un guepardo que el de un animal mucho más primitivo. Esa coordinación motora de poder correr a 70km/h sin caerse, sin tropezar, la produce el cerebro.

La ventaja del estado consciente es que se pueden simular espacios exteriores y movimientos sin hacerlos, y eso tiene un gran valor adaptativo, es todo  interno, no tiene un gran gasto de energía, nadie sabe cuáles son tus tácticas hasta que no las practicas. Permite, por ejemplo, repasar errores. Va unido también a las sensaciones internas: el hambre, el deseo sexual… La conciencia es un paso más.

Hay casos de pacientes que estando en coma pueden estar conscientes según estudios de neuroimagen. ¿Qué validez le das a los resultados de estas técnicas?
Bueno, en el estudio que indican tratar de determinar el pronóstico de determinados casos clínicos que afectan a los niveles de conciencia. En su caso, no todos los tipos de actividades corticales se relacionan con el nivel «consciente». Por otra parte, el concepto de actividad no está nada claro. Cuando hablan de actividad neuronal ¿a qué se refieren? El cerebro está activo siempre. Todas las neuronas vivas están activas todo el tiempo. Conceptualmente está muy mal diseñada toda esa historia. Cuando hablan de técnicas de neuroimagen y dicen que ha aumentado la actividad en un determinado sitio… Te pongo un ejemplo. Si yo flexiono el brazo estoy desarrollando una actividad. ¿Y si lo extiendo? Ambos movimientos son activos, pero opuestos, y van a producir un cambio en la microcirculación cerebral bastante parecido.

También, claro.
¿Y no son opuestos? ¿Cómo se vería esto en una neuroimagen en el cerebro?… Uno es actividad y otro inhibición. Más más menos, es igual a cero, no debería haber ningún cambio. Hay que ser cautos con todo esto. Creo que hay demasiada prisa. Igual cuando ves las imágenes de la actividad cortical y se observa un borde. Esto a mí me repugna. No puede haber bordes, porque la corteza se caracteriza por cierta indefinición funcional. Desde el punto de vista evolutivo, las neuronas que hacen todas lo mismo se organizan en forma de núcleos. Cuando las neuronas están puestas unas al lado de las otras es que no hacen lo mismo, por lo que no puede haber bordes definidos como los que delimitan un núcleo. Una cosa es ver una lesión cerebral con instrumentos de este tipo, y otra ver una función psicológica, una emoción, un sentimiento. Es como cuando dicen «hemos descubierto el centro de la frustración». Eso no es así.

El determinismo lingüístico de Whorf postula que los diferentes tipos de lenguajes implican diferentes concepciones de la realidad y se ha demostrado que el bilingüismo evidencia diferentes perfiles de la personalidad. ¿Es el lenguaje el que me permite expresar estos perfiles o mediante el lenguaje se desarrollan? ¿Hay dimorfismos cerebrales de estructuras o procesos según el idioma?
Es el lenguaje, claro. Si tú aprendes un idioma este idioma tiene una estructura de interpretación de la realidad diferente. Si piensas en castellano piensas de una manera distinta a si piensas en inglés. Y si es la misma persona, bilingüe, también es diferente. Las mismas palabras en idiomas diferentes no significan lo mismo. Igualmente, la palabra memoria apareció mucho antes que hubiese neurocientíficos buscándola por los circuitos neuronales.

¿Qué es el hipocampo y cómo influye en los procesos de aprendizaje?
El aprendizaje la gente lo asocia al hipocampo porque es la estructura que más se estudia. Se estudia más porque como estructura digamos que está más definida, es más fácil, no por otra cosa. De hecho, el hipocampo en la especie humana es un órgano relativamente más pequeño en proporción que en otros animales, porque en los primates se desarrolla más la neocorteza, la parte más moderna. En realidad, son muchas estructuras las que están asociadas al aprendizaje. La palabra aprender también apareció mucho antes de que nadie estudiara el cerebro. Ocurre que aprender un movimiento implica muchas cosas: está la parte cognitiva, la parte de asociación, la parte de elaboración de control motor… y todo eso tiene que ir unido. Además, al mismo tiempo, se hace en sitios diferentes del cerebro, y tiene que hacerse además online, no puedes estar pensando cómo abrir una cerradura, se automatiza. Con lo cual, este empeño que en que aprender algo es al final expresar una proteína y que esa proteína modifique la conducta es un poco ridículo. En muchos sitios, al mismo tiempo, es instantáneo. La prueba de esto sería al revés: te dan dos cerebros de gato, y uno sabe mucho y otro no sabe nada; mira si viendo si existe alguna diferencia me dices cuál es el listo y cuál es el tonto. No se puede.

Sin embargo, sí se sabe que cuando sufres una lesión en el hipocampo tienes determinados problemas para el almacenamiento de la memoria.
Hasta ahí sí, pero esto se sabía desde hace ya mucho tiempo… La neurociencia avanzó hasta mediados del siglo pasado por la clínica neurológica, en el sentido de «te quito el hipocampo y a ver qué pasa», y por técnica, la de Cajal de ver las neuronas y ver cómo estaban organizadas. Pero eran estructuras fijadas en formol, y con algo de electrofisiología, pero muy elemental. Todo el avance a partir de los años cincuenta quizá se han precipitado y se han puesto a estudiar lo que llaman funciones superiores sin saber algo mucho más elemental: el control motor. Si alguien quiere estudiar neurociencia debería empezar estudiando la motoneurona, que es la que activa los músculos directamente, y cuando se aprenda eso, continuar. Si no, se acaba diciendo cosas inverosímiles.

En psicología se empieza estudiando motoneuronas, pero más como si se tratara de un ordenador. 
El cerebro no puede estudiarse como si fuera un ordenador. Aparte de que un ordenador tiene memoria RAM, etc. Es difícil imaginar cómo el cerebro almacena información. Las moléculas tienen una vida muy corta, cuando esa molécula cambia, ¿dónde va esa memoria? La memoria es relativamente más larga. La memoria del ordenador la pasas de un soporte a otro, en el cerebro ¿cómo podría pasar esto?

La transducción de nuestro aparato sensorial se hace mediante potenciales de acción. ¿Los impulsos eléctricos resultantes transmiten la información en código binario?
No, no. El cerebro solo sería binario, todo o nada, hablando de potenciales de acción. En realidad no es así porque el potencial de acción en sí no codifica nada, porque es la frecuencia con que estos aparecen. Una neurona produce potenciales de acción con una determinada frecuencia. Y eso es lo que está haciendo siempre. No es un lenguaje binario. Y además, cuando llega a la sinapsis, que es un sistema más bien de tipo analógico, porque libera neurotransmisores y el neurotransmisor produce una despolarización o una hiperpolarización graduadas… y eso no es digital.

Quizá no me he explicado bien. No es digital, pero el circuito electrónico es un circuito de resistencia condensador y la información…
Eso es un modelo. El problema es que no explican qué es un modelo. Hay que diferenciar: una cosa es un dibujo que representa una neurona. Igual que si representas una casa, ese dibujo no tiene nada que ver con un verdadero modelo, es una mera representación del objeto. Si tú a esto le aplicas a un sistema de leyes lo conviertes en un modelo. Simulas algunas propiedades, unas sí y otras no. Pero el modelo solo sirve si permite hacer predicciones. Si no es predictivo, como ocurre con la mayoría de modelos, que lo que hacen es copiar, no sirve para gran cosa. Si es predictivo sí. Puedes hacer un experimento y comprobarlo.
Si tú registras la actividad eléctrica de una motoneurona en vivo y ves cómo se mueve el músculo te das cuenta de que la frecuencia, si es muy estable, quiere decir que el músculo no está cambiando de longitud. Y si es más alta o más baja quiere decir que cambia, es decir que se contrae o se relaja. Las ecuaciones de Newton, concretamente la segunda ley de Newton que postula que la fuerza es igual a la masa por la aceleración, predice cómo tiene que funcionar un cerebro mucho mejor que muchas de las teoría neurocientíficas que pueblan la mayoría de libros de neurociencia. Y esto la gente no lo sabe.

También influye dónde va esa información.
Eso está dentro del cerebro. El cerebro ya lleva toda esa codificación. El niño a nivel consciente no sabe la ecuación de Newton, pero su cerebro ya está preparado para que pueda resolver el problema motor de nadar, andar, lo que te corresponda. Todo esto va por las vías motoras que van hasta las motoneuronas y de ahí al músculo. La parte sensorial es más difícil de entender, y la parte cognitiva aún más, pero al menos el sistema neural motor sí se puede entender que está toda diseñada, desde el punto de vista evolutivo porque es la única manera de moverse.

En tus palabras «la información se almacena en forma de reorganización funcional y estructural de los circuitos nerviosos». ¿Cómo se escribe y se lee es una entidad como la que propones?
Esto sería la teoría más tradicional, la teoría de la plasticidad, básicamente, cuando es estructural. Si es funcional lo que supone es una especie de activación de programas. Es decir, que cuando tocas el piano activas un programa que está dentro de tus posibilidades. Solo hay que activarlo. El problema de activar un programa es que hace falta que alguien lo active y cómo se hace, dónde está el resorte. Porque las recetas están en un libro, los programas de un ordenador están almacenados en un tipo de memoria… pero en el cerebro esto no está claro. De todas formas, si te fijas, el cambio más grande que hay en el cerebro es la transición de despierto a dormido. Y esto pasa sin cambiar el cerebro. Funciona diferente, pero no cambia. Aprender a hacer algo es más simple aún que pasar de despierto a dormido.

No está claro ni dónde está la memoria, ni en qué consiste aprender… Hay una mezcla entre mucha imaginación literaria, mucha falta de experimentos. Me he leído casi toda la serie sobre físicos, químicos, astrónomos y matemáticos que va editando El País y todos lo hicieron muy bien, quiero decir de forma muy detallada y concienzuda. Hicieron miles y miles de pruebas. Galileo medía el tiempo que tardaban en caer las bolas por el plano inclinado, y lo hacía con ayuda de una melodía, porque no tenía reloj. Hay que hacer muchos experimentos para darte cuenta de esto.

¿Es la cara el espejo del alma? 
Bueno, básicamente es que los músculos de la cara no tienen propiceptores, con lo cual no sabes dónde están, cuál es su grado de contracción. Sin embargo, sí tienen un aferencia importante del sistema emocional. El sistema límbico proyecta a las motoneuronas faciales. Los actores, sin saber esto, siempre lo cuentan cuando explican en qué consiste meterse en el personaje: es más fácil enfadarse de verdad que poner cara de enfadado para conseguir el efecto.

¿Hay un origen común de las expresiones faciales tal como plantea Ekman?
Sí, y además hay una tradición animal. ¿Has visto la foto esta que saca siempre algún político americano…? Viene todo de un libro de los años setenta que tengo, titulado La expresión emocional en primates. Ahí fue la primera vez que yo vi una foto de Richard Nixon comparada con la de varias especies próximas: un tigre, un león, un mono… Todos para hacer en signo de amenaza enseñan los dientes. Esto es porque evolutivamente ese gesto se mantiene como señal de amenaza. Otras especies sin dientes hinchan las plumas. Hay un origen común evolutivo en todas estas expresiones comportamentales.

En el ranking por productividad ISSUE-P que elabora anualmente el BBVA la Universidad Pablo de Olavide está por encima de la Universidad de Sevilla, no sé si lo sabías.
Sí, en productividad individual.

¿A qué se debe este diferencial?
Cuando hacen ciertos rankings de investigación la UPO muchas veces aparece la segunda, la primera es la Pompeu Fabra, que es también una universidad pequeña. Probablemente se debe a que inicialmente la rectora Valpuesta, cuando empezó la UPO, seleccionó a unos grupos para que vinieran, luego esa táctica se perdió, desgraciadamente. Y se volvió a la selección tradicional de personal, sin haber nadie que se arriesgara con alguien. Una vez puesta en marcha la maquinaria burocrática, nadie es responsable de nada porque los tribunales son supuestamente independientes, etc. Pero al menos esta universidad tuvo ese impulso inicial.

Ha bajado muchísimo.
También depende de la inversión. Para ser una universidad buena, en vez de escribir seiscientos mil folios de reglamentos, se necesita dinero, un equipo rectoral que sea independiente y al mismo tiempo responsable, y buenos alumnos y buenos profesores. La prueba la tienes en estos libros sobre físicos que te mencionaba: ¿dónde crees que se formaron?

Tienes un índice i10 de 122, ¿qué relevancia tienen los índices de este tipo en la carrera universitaria?
Bueno, esos índices tienen importancia, pero todo está en función del área de trabajo, de impacto, según los calculan. El área de neurociencia es un área grande, pero si la comparas con biología molecular es enana y por tanto las citas dependen mucho de la cantidad de artículos que se publican. Y dentro de un área depende del tipo de técnica también. Ahora en los proyectos europeos hay que ponerlo. En las universidades americanas este sistema se corrige pronto: puedes llegar lleno de papeles y publicaciones, si no vales vas a la calle. Esto en la universidad española se corrige mal.

¿Tienen sentido mantener dos universidades públicas diferentes en Sevilla?
Sí, de hecho estas universidades son muy grandes. Creo que las universidades españolas, aunque sigan siendo públicas, hay que reformarlas de arriba abajo.

Hace poco entrevistamos a Pablo Artal y nos decía que la burocracia arruina la investigación. Que hay profesores que van a mínimos.
No hay ningún tipo de penalización para los que no trabajan. ¿Sabes qué castigo hay en esta universidad para los que no investigan? Que no pueden dirigir tesis doctorales. Yo ya lo dije, esto es fantástico, tú das tus clases, no investigas, y además te castigo y así te puedes ir a Chipiona todo el día. ¿No sería mejor quitarles sueldo o darle más clases? Por eso digo que la universidad española la tienen que rehacer. Lo cual no es nada fácil.

¿Qué nivel de neurociencia tenemos en España?
En España, por tradición, no está mal… Se cargaron la escuela de Cajal con la Guerra Civil. Quedó un resto de biología celular en los años sesenta, en los setenta empezó a recuperarse y no está mal en la actualidad. La sociedad española de neurociencia debe de tener algo menos de mil socios. Si no recuerdo mal la francesa debe de tener algo así como tres mil socios. En España no es que esté mal. Además ahora mucha gente joven, doctorados y demás, se están yendo fuera, y sin ninguna posibilidad de volver. Les aceptan nada más con un carta; tú les dices que son buenos y si lo demuestran se quedan allí.

¿Qué son los besos protoplásmicos? ¿Qué necesidad había de denominarlos zonas de contacto neuronal?
(Risas) Es el término que utilizaba Cajal para referirse a la sinapsis, muy literario. Había una definición mejor que hizo Freud, que llamaba al área de contacto entre las neuronas barreras de contacto y está bien porque las barreras son cosas que separan y al mismo tiempo unen.

¿Qué opinas del proyecto europeo para simular el cerebro? ¿Es normal tanta oposición dentro de los propios neurocientíficos? 
Como se suele decir, me alegro de que me hagas esa pregunta. Yo también soy firmante de esa carta. El Human Brain Project era en principio una idea razonable, pero apareció finalmente con dos grandes limitaciones. La primera la manera de seleccionar los grupos participantes, sin una convocatoria abierta, como se hace con otros tantos proyectos de la Unión Europea. Segundo, se pretende estudiar más bien la arquitectura cerebral y mucho menos cómo funciona el cerebro en cada situación de la vida real. Lo que indicaba antes: estudiarlo en vivo y en directo. Sin tener en cuenta estos dos importante factores, el futuro del proyecto lo veo limitado y con pocas expectativas de aumentar de veras nuestro conocimiento acerca de la fisiología cerebral. Más bien, lo que veo es que todo este proyecto tiene como objetivo el desarrollo de computadores de moderna factura y con gran capacidad de manejo de datos… Pero esto se podría hacer sin hablar de cerebro, ni de humanos.